di Enrico Stassi
Se mi volgo a pensare a taluni gesti, pratiche azioni dell'uomo e tento di isolarle per un attimo da loro recente concreto o funzionale, se provo altresì a liberarle del tempo storico o quotidiano, scopro che tali azioni, oltre che finalizzate all'ottenimento di un effetto, sono parte del nostro immaginario. Incidere, tagliare, violare una materia con un corpo più duro e acuminato ovvero con la scintilla di una fiamma che altera e ferisce, sono le azioni con cui l'uomo si è nutrito riprodotto, ha edificato, ha progressivamente creato civiltà e così via. L'incisione poi è anche l'atto primogenito della rappresentazione e della comunicazione: questo atto archetipo dell'uomo, l'incidere, provocando taglio e ferita, contiene, come tutto ciò che assurge alla dimensione universale collettivo, tutta la meravigliosa contraddizione umana, anzi direi è proprio l'atto della contraddizione. E' in esso che si consuma e si svolge la perenne lotta fra il principio del Bene e del Male, tra Positivo e Negativo, tra Vita e Morte. Un'azione, l'incidere, che contiene in se tanto il principio di civiltà, progresso, benessere collettivo, quanto quello di regresso, inciviltà guerra, distruzione sistematica della natura. Nel vivo di questa contraddizione si attua la ricerca dell'Artista Carlo La Monica ed è per chiesto che a mio modo di vedere, Carlo è scultore contemporaneo. Vive il dramma del suo tempo ma si volge ai segni prima della opposizione, andando a ritracciare le forme, i simboli più remoti di essa nei reperti della Sicilia pregreca nei ritrovamenti delle necropoli in contrada magione e di Monte Finestrelle. Quelle delle forme minimali, (arco, tempio, dolmen, totem, primi accenni di un linguaggio di segni incisi) Carlo reiventa nelle sue ultime opere. Corrode anche, " invecchia " in taluni punti, infiamma, fa spuntare lucidi grumi: operazioni tutte che, lungi dall'essere alchimie " pataccate " miranti a spacciare per archeologico ciò che antico non è, sono invece tentativi sinceri e sofferenti di incidere, bruciare, fondere, scolpire su una porzione di materia la storia dell'uomo nel suo rapporto con la materia. La storia che le opere di La Monica narrano è anche la storia di una colpa dunque. Quella primigenia, ma anche quotidiana, che ci fa sentire perennemente inadeguati alla realtà che sotto i nostri occhi cambia troppo velocemente, che ci fa rimpiangere e negare ad un tempo il passatto, che ci fa sentire partecipi sociali ma anche vittime impotenti di mali difficili da sradicare.Ma questa colpa, la consapevolezza di questa colpa, contiene anche e per fortuna tutti gli elementi, la forza, l'urlato di un riscatto. Non so se Carlo vuol dire queste cose con le sue opere; so però che questa lingua esse parlano e, sicuramente, questi punti del cuore e della testa mi hanno toccato.
